domenica 18 marzo 2018

L’aragosta trovata con il logo “tatuaggio” della pepsi alimenta le paure per i rifiuti oceanici


A PLASTIC WORLD

CRAYFISH PEPSI OR LOBSTER PEPSI

Lobster found with pepsi logo “tattoo” fuels fears over ocean litter



Foto 1. Foto di Karissa Lindstrand: astice con impresso il logo della pepsiCo

Ringrazio per questo articolo il Dott. Alfonso Piscopo, Dirigente Veterinario Azienda Sanitaria Provinciale Agrigento, Veterinario del Servizio Sanitario Nazionale

La notizia riportata dai vari mezzi d’informazione (tg, testate giornalistiche, internet, facebook ecc.), fa il giro del mondo, per una curiosa scoperta del ritrovamento  di un  crostaceo, pescato nelle acque dell’oceano atlantico, al largo delle coste Canadesi del Gran Manan, nel New Brunswick. Karissa Lindstrand,  lavora a bordo di un peschereccio ,  con il compito  di smistare e selezionare i crostacei e di bloccargli  le chele con gli elastici, per essere successivamente destinati ai centri di magazzinaggio e/o agli spacci di vendita.  Nella routinaria  attività di smistamento, e di bloccaggio delle chele di un grosso crostaceo, nota una sorta di tatuaggio a ridosso di una delle due chele. D’acchito essendo lei una bevitrice di pepsi-Cola, ha riconosciuto il logo, come è ben visibile nella foto 1.. La prima impressione è quella di un pezzo di lattina stampigliata a ridosso della chela, come se qualcuno avesse tatuato il logo della famosa bevanda analcolica prodotta dalla pepsiCo. Tutto fa pensare che il crostaceo sia stato per lungo tempo a stretto contatto con una lattina di pepsi, o a un’immagine  o un’etichetta stampata  e che col tempo sia stata inglobata  (incorporata) nei tessuti. Karissa ha fotografato il crostaceo tatuato, e ha deciso di pubblicarlo su facebook, la foto nel giro di pochissimo tempo è divenuta virale.
Tutto ciò potrebbe sembrare una stravagante curiosità, se il fatto si limitasse semplicemente  a un’ accostamento  casuale tra il crostaceo e la stampigliatura  del logo adesa ad esso, e per lo più appartenente a una nota casa produttrice di bevande analcoliche. La notizia riflette di per se, una realtà ben più grave, sul disastro ambientale e sullo stato di emergenza dell’inquinamento dei mari, dovuto alla presenza massiccia di plastiche (macro e microplastiche) che minano la fauna marina entrando nella catena alimentare dei pesci, destabilizzando l’ecosistema marino. La notizia del crostaceo con impresso il logo della pepsi fa scalpore, perché  incarna quell’immagine spettrale degli abissi oceanici fortemente inquinanti. Anche se non è la sola. Prima di passare ad altro però è bene fare un pò di chiarezza su questa eclatante notizia scatenatasi sul web, che al di la del clamore manifestato dalle persone, assume una parvenza pubblicitaria (una sorta di reclame 2 in 1 crostaceo/bevanda). I mezzi di comunicazione  riportano la notizia di un’aragosta con impresso il tatuaggio in una delle chele, della famosa bibita analcolica conosciuta in tutto il mondo. In realtà il crostaceo incriminato è un’astice, probabilmente dalla traduzione inglese, in realtà  anche nel mondo anglosassone alla parola lobster  si associa  erroneamente il significato di aragosta in senso generico,  mentre nello specifico è più corretto dire crayfish (aragosta o gambero di acqua dolce).
L’astice, o Homarus gammarus, è un crostaceo che vive prevalentemente nel Mediterraneo e nell’oceano Atlantico.
E’ di taglia medio/grande (compresa tra i 20 e i 60 cm) e ha tredici paia di appendici: presenta enormi chele sul primo paio di arti, e chele più piccole sulle tre coppie di arti successivi. Il carapace è liscio, e le antenne non presentano alcun peduncolo.
La sua carne è molto pregiata ed ha infatti un costo molto elevato.
Gli astici più conosciuti sono quelli colore marrone originari del nord America e del Canada, mentre quelli mediterranei hanno uno splendido e particolare colore blu intenso su tutto il carapace.
Con il termine aragosta si intende invece un qualsiasi crostaceo appartenente alla famiglia dei Decapodi Palinuri.
A differenza dell’astice, non presenta chele sugli arti, ma ha lunghi peduncoli al termine delle antenne. Sul carapace ha inoltre una serie di spine a difesa dell’organismo. L’aragosta prevalentemente di colore rosso e, negli esemplari più grandi, può raggiungere i 50 cm di lunghezza e gli 8 kg di peso.
Come l’astice, vive prevalentemente nel Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico.
      Astice                                                                Aragosta

Tabella 1. Differenza tra astice e aragosta
Quindi il simbolo che meglio rappresenta l’inquinamento dei mari con il logo della pepsi, come riportato dal The Guardian vedi fig. 1., non è un’aragosta  (crayfish-pepsi)  ma bensì un’astice (lobster-pepsi).
E non è il solo, molti ricorderanno un video su you tube (bellissimo per la sequela delle immagini), come si può ben notare nella foto che segue, e che  ricorda lo scatto finalista  al “Wildlife Photographer  of the  Year  Exhibition 2017” del fotografo naturalista di fama mondiale Justine Hofman, lo scatto divenuto virale di un cavalluccio marino che trasporta un cotton fioc rosa. La foto è stata scattata durante una spedizione  nei mari dell’indonesia. La bellezza delle immagini pubblicate su facebook  ha suscitato molta tenerezza  e al contempo curiosità, ma è diventata ben presto simbolo dell’inquinamento di un mare di plastica. Rappresenta una delle immagini più significative immortalata in tutta la sua meraviglia e contemporaneamente in tutta la fragilità della flora marina.


Foto 2.  Foto di Justine Hofman: cavalluccio marino trasporta un cotton fioc

Anche i nostri mari non sono sterili, anzi sono fortemente inquinati da plastiche.  Lo scatto shock questa volta è immortalato dalla fotografa subacquea  Gabriella Luongo, che ha ripreso sui fondali della penisola  sorrentina, una stella marina poggiata su una scarpa di plastica assieme ad altri detriti.

Foto 3. Foto di Gabriella Luongo: Stella marina poggiata su scarpa di plastica

A Plastic World

Le tre foto, effettuate nella seconda metà del 2017, sono l’emblema dello stato di abbandono e degrado dei mari, con residui di materie plastiche (macro e microplastiche) che albergano gli abissi oceanici.  Le microplastiche  abbandonate nei fondali marini, sono una sorta di calamita  per i pesci e per gli uccelli marini, molte specie ne sono attratte,  e il profumo di queste fibre sintetiche, incrostate  di alghe (fenomeno della mucillagine/eutrofizzazione)  batteri e  acqua salata, sono un pasto ghiotto per gli abitanti dei mari. Si è stimato che ogni anno sono riversati in mare 10 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, le macroplastiche si degradano in piccoli frammenti fino a diventare microplastiche,  che lasciate macerare nella salamoia dei mari, è il menù  preferito dai suoi abitanti. L’attenzione  verso questo problema , ha assunto dimensioni globali, e il mondo scientifico sta indagando sui possibili  effetti che le materie plastiche inducono su  molte specie ittiche. Le ricerche specifiche,  su alcune varietà di pesci, hanno evidenziato con una certa frequenza, particelle di microplastica nel loro apparato digerente e in misura minore negli altri tessuti. Le specie più colpite oltre a pesci, e uccelli marini, sono anche crostacei e molluschi. Oltre alla ricerca dei metalli pesanti (come ad es. il mercurio, arsenico, cadmio e piombo) che si ritengono essere pericolosi per l’uomo se superano il valore soglia, l’attenzione da parte dei ricercatori deve essere spostata sui rifiuti plastici, specificatamente sulle microplastiche, che depositate nei fondali marini, mediante la degradazione (provocata dal vento o dal moto ondoso), o la fotodegradazione (per  effetto della luce ultravioletta), formano le zuppe di polimeri e fibre tessili sintetiche  (una poltiglia composita di microalghe, batteri, filamenti sintetici, e l’azione dell’acqua salata), molto appetibile agli animali marini. Si stima che i frammenti tessili riversati in  mare per mezzo delle plastiche raggiungano i 5 trilioni, particelle sottili dai 5 ai 10 millimetri di diametro.

Alcuni ricercatori americani, hanno pescato diversi banchi di acciughe, le hanno messe nell’acquario di San Francisco dandole dei Krill (piccoli organismi di cui si nutrono molti pesci piccoli) e del propilene (la plastica di cui sono composti i tappi di bottiglia e i contenitori dei detersivi) lasciato macerare per tre settimane  al largo del Bodega Marine Laboratory dell’Università della California.  Nell’esperimento, pubblicato su Proceedings of theRoyal Society, sei banchi di 200-400 acciughe  ciascuno sono stati esposti a tre concentrazioni differenti di Krill e di zuppa di plastica,  mostrando particolare  attrazione al pasto somministrato. Solo una concentrazione più diluita è stata ignorata dalle acciughe. L’esperimento dimostra come le acciughe, di cui peraltro si nutrono molte altre specie di predatori marini, uccelli, foche e cetacei ecc. e anche l’uomo, prediligono le zuppe di plastica. Ad attirarle è il profumo della plastica macerata (i pesci in genere non aggrediscono la plastica appena depositata in mare, anche l’esperimento dimostra come il propilene fresco di fabbrica, non sottoposto alle tre settimane di marinatura è stato ignorato dalle acciughe), non è quindi  la sostanza chimica contenuta nella plastica, ma la plastica stessa (miscellanea  di alghe e batteri che si uniscono alle microparticelle)  per effetto combinato dell’acqua salata, che dopo un  periodo di macerazione, emana il caratteristico odore che attira le acciughe al pasto.

Un altro studio condotto da Alan Jamieson della Newcaste University, ha  evidenziato risultati allarmanti sulle microfibre artificiali che si accumulano nell’ecosistema marino, e delle specie ittiche che vi abitano e vi si cibano. Un problema molto serio di cui l’uomo ha ancora scarsa considerazione, quando invece meriterebbe molta più attenzione. Sono stati testati i campioni di 90 crostacei prelevati nell’oceano Pacifico, dalla fossa delle Marianne a quella del Giappone, da Kermadeck alle Nuove Ebridi, in tutti sono stati riscontrati frammenti di plastiche come il Pvc, e di fibre tessili tra cui nylon, rayon e lyocell.

Nei nostri mari la situazione è altrettanto preoccupante, la presenza di microplastiche  in pesci e molluschi è stata studiata e sono più di 170 gli esemplari che li ingeriscono. Il Mediterraneo è uno dei mari più inquinati  dal marine litter, in particolare le plastiche e le microplastiche  hanno livelli di concentrazione di derivati plastici paragonabili a quelli degli oceani. Dalla ricerca è emerso che su 121 esemplari di pesci del mediterraneo centrale, tra cui specie note e comunemente acquistate dai consumatori, come il pesce spada, il tonno rosso e il tonno bianco,  la presenza di frammenti plastici è in percentuale del 18,2 % dei campioni analizzati. Mentre il 30 % dei pesci prelevati nell’adriatico, fra le specie commestibili, sono state rinvenute microplastiche.

Depositatesi nei mari le microplastiche assorbono e cedono sostanze tossiche , una volta macerate e divenute zuppe di plastica, sono molto appetibili a pesci, crostacei e molluschi. Le microplastiche assorbono i Pop (composti organici persistenti). Prove sperimentali sulle cozze hanno dimostrato che, se si espongono a microplastiche  contaminate con idrocarburi aromatici, le concentrazioni di questi inquinanti aumentano nei tessuti degli organismi marini una volta ingeriti. Le microplastiche  costituiscono un problema serio per i mari e per gli abitanti che li popolano, una emergenza a livello globale a cui è necessario porvi rimedio al più presto. Si stima che nel mare e negli oceani finiscano 8 milioni di tonnellate di plastica, e secondo le Nazioni Unite, se non si interviene subito nel 2050  in mare ci sarà più plastica che pesci. L’inquinamento più grave è l’inquinamento invisibile legato alle micro particelle di plastica contenuti in gran parte nei prodotti cosmetici che ogni giorno intasano i mari direttamente dagli scarichi. Anche se non è l’unica fonte di inquinamento da marine litter, le microplastiche cosmetiche  che si riversano nei mari viene stimata tra duemila e novemila tonnellate di particelle rilasciate per anno. Saponi, creme, gel, dentifrici e molti altri prodotti cosmetici sono costituti da frammenti o sfere di plastica di dimensioni piccolissime inferiori a 5 millimetri. Queste microsfere, sono utilizzate dall’industria cosmetica come agente esfoliante o additivo in quasi tutti i prodotti della cosmesi, di cui ogni giorno se ne fa un gran uso. Quello che molti non sanno è che le microplastiche non sono trattenute dai sistemi di depurazione  e sversano direttamente in mare.

L’effetto devastante delle microplastiche, sta avendo un’eco risonante  in tutto il pianeta, non è soltanto  l’inquinamento dell’ecosistema  marino a preoccupare, ma anche  il rischio di estinzione delle specie ittiche che lo popolano “un ecosistema marino trae ricchezza dalla diversità degli organismi viventi (biodiversità) ed è proprio questa diversità il termometro della salute di questo ecosistema”. A questo punto è lecito farsi una domanda: se l’ecosistema marino viene continuamente inquinato dalla presenza di microplastiche, gli effetti salutistici, derivanti dal consumo di prodotti ittici contaminati con frammenti plastici, ha delle ripercussioni nell’uomo? Per usare un’eufemismo – il tratto dal mare alla tavola è breve – è risaputo che molti consumatori sono consumatori abituali di pesce, un consumo eccessivo di pesce inquinato con zuppe di plastica potrebbe avere effettivamente delle ripercussioni sulla salute. Come più volte ribadito nella presente trattazione, i pesci in generale, sono animali marini molto ghiotti di microplastiche, il profumo del mare li rende irresistibili, poiché le plastiche triturate dal sole e dal sale, impanate in un mix di alghe e batteri, formano le zuppe di polimeri e fibre tessili di cui si cibano quotidianamente. L’impatto delle microplastiche sulla salute umana,  è ancora oggi poco noto.  Il rischio è che le microplastiche possono accumularsi e risalire la catena alimentare – dal mare alla tavola – attraverso specie ittiche consumate dall’uomo (pesci, molluschi, crostacei). Le ricerche effettuate fin’ora  hanno evidenziato che la maggior parte delle microplastiche si localizzano nel tratto intestinale dei pesci, parti anatomiche di norma non consumate dall’uomo, per cui il rischio di accumulo può considerarsi nullo, ad eccezione di specie marine come molluschi, mitili, e crostacei. Tuttavia ad oggi non esistono evidenze  sugli effetti biologici delle microplastiche  marine e terrestri ingerite dall’uomo attraverso  l’alimentazione, ne tantomeno sulla traslocazione  di queste microsfere nel corpo umano. E’ stato studiato da Volkheiner l’assorbimento di microplastiche  per ingestione , ed è stato osservato come particelle inerti di diametro di 150 micron per mezzo di trasporti passivi sono in grado di oltrepassare aree specifiche dell’epitelio intestinale dove è presente un singolo strato di cellule e giungere nel sangue e nella linfa in pochi istanti. Dal sangue le particelle inerti e  di dimensioni relativamente grandi passano  nell’urina e nelle feci dove vengono escrete. Per le particelle molto piccole  (nano e micrometri), l’assorbimento  avviene a livello digerente tramite pinocitosi e fagocitosi vescicolare. Va precisato che non c’è una dipendenza diretta tra dimensioni delle particelle e percentuale di assorbimento, in quanto altri fattori possono  influenzare questo fenomeno (carica superficiale, idrofilicità) e possono dipendere anche dallo stato fisiologico del soggetto. Le microplastiche arrivate in circolo, prima di essere escrete potrebbero adsorbire macromolecole come le proteine e i lipidi, modificando il comportamento e la tossicità, traslocare nei diversi organi e  tessuti  con i meccanismi già citati a livello intestinale e accumularsi nei lisosomi e interferire con la morte programmata delle cellule (Fruijter-Polloth, 2012). In teoria tutti gli organi sono a rischio per un ‘esposizione cronica  di nano plastiche (Garret et al.2012) prima di essere escrete. Questi dati  sono insufficienti, a stabilire con sicurezza gli impatti sulla salute umana. Tuttavia non può essere sottovalutato il fatto che pesci edibili (come ad es.  acciughe, pesce spada, tonno ecc.), ma anche molluschi e crostacei, sono particolarmente attratti dalle microplastiche. Da qui, la necessità, di mettere in atto una  politica  sanitaria- dal mare alla tavola-  che riduca l’impatto ambientale dell’ecosistema marino, con rischio di estinzione di pesci, molluschi e crostacei, e di altre specie marine, compresi gli uccelli. Vista l’emergenza planetaria che incombe, appare opportuno adottare il cosiddetto principio di precauzione. Molti paesi stanno mettendo in atto misure restrittive  a cominciare dagli Stati Uniti, che hanno proibito già da  luglio 2017 la produzione di cosmetici contenenti microplastiche. In Europa politiche mirate in questo campo stanno per essere varate. Mentre in Italia la messa al bando delle microplastiche cosmetiche è stato approvato alla camera (25 Ottobre 2016) ed è in attesa di approvazione al senato.


Presentati i risultati preliminari dell’indagine sulla microplastica contenuta nei prodotti cosmetici in vendita in Italia realizzata dall’associazione MedSharks con il supporto tecnico del CNR ISMAC Biella, Università del Salento e Università degli Studi Roma Tre. Lo studio rientra nell’ambito del progetto di sensibilizzazione sui rifiuti marini Clean Sea Life, progetto co-finanziato dal programma LIFE della Commissione Europea e ha come capofila il Parco Nazionale dell’Asinara.
L’inchiesta si è concentrata sul polietilene (PE) che, secondo l’Associazione europea dei produttori cosmetici Cosmetics Europe, rappresenta il 94% delle microplastiche contenute nei prodotti cosmetici.
La ricerca è stata condotta finora su un campione casuale di 30 punti vendita (profumerie, farmacie, parafarmacie e supermercati) in otto regioni italiane, e ha riguardato 81 prodotti di 37 aziende cosmetiche che contengono polietilene. La maggior parte (circa l’80%) è costituita da prodotti da risciacquo: esfolianti per corpo e viso, saponi struccanti e un prodotto antiforfora. Il polietilene è presente anche in creme per donna e per uomo. In metà di questi prodotti, il polietilene è inserito nelle prime quattro posizioni degli ingredienti, dopo l’acqua. Alcuni fra i prodotti con la maggior concentrazione di polietilene sono in vendita anche negli scaffali dei prodotti naturali ed esaltano una particolare attenzione per l’ambiente. 
L’analisi quantitativa eseguita dal CNR ISMAC di Biella su un prodotto che elencava il polietilene come principale ingrediente dopo l’acqua, ha stimato una media di 3.000 particelle di plastica di dimensioni fra i 40 e i 400 micron per ogni ogni millilitro di prodotto: in un flacone da 250ml sarebbero quindi presenti 750.000 frammenti di polietilene, per un peso totale di 12 gr.

 

TABELLA 1. RISULTATI INDAGINE MICROPLASTICA IN ITALIA

Altre misure introdotte in Italia, dal 1 Gennaio 2018 ci sarà una riduzione progressiva delle borse di plastica, diverse dalle borse di plastica biodegradabili e compostabili. Momentaneamente le borse di plastica biodegradabili e compostabili saranno in commercio con contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40%, che sarà aumentato prima al 50% e poi al 60% a partire dal 1 Gennaio 2020 e dal 1 Gennaio 2021. A verificarne la presenza del contenuto minimo di materia prima rinnovabile saranno gli organismi accreditati. L’Italia dal  2019, vieterà i cotton fioc , infatti i cotton fioc non biodegradabili sono altamente inquinanti, e secondo un monitoraggio effettuato da Legambiente i nostri mari ne sono  pieni, mentre  dal 2020 verranno messe al bando tutti i cosmetici contenenti microplastiche. Le misure intraprese dal nostro paese, sono un stimolo per le imprese ad innovarsi sul terreno della eco sostenibilità ed eco compatibilità, sono anche una goccia d’acqua pulita  in mezzo agli oceani,  un piccolo segnale che ridimensiona in parte l’impatto dell’ecosistema marino e della sua diversità, dell’ambiente, della salute e dell’economia. Bonificare i nostri mari si può,  e dove non arriva la legge, dev’essere la cultura e la sensibilità dell’uomo a fare la propria parte.

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